Pubblicato il Maggio 15, 2024

L’accordo di smart working non è una formalità, ma lo strumento strategico decisivo per evitare burnout e cali di produttività, trasformando la flessibilità da rischio a vantaggio competitivo.

  • Trasforma principi astratti come “disconnessione” e “risultati” in clausole operative misurabili e vincolanti per entrambe le parti.
  • Struttura la flessibilità con regole chiare su giorni di presenza, gestione degli spazi condivisi e riconoscimento dei costi sostenuti dal lavoratore.

Raccomandazione: Utilizzare l’accordo individuale come un manuale operativo per la governance del lavoro ibrido, e non come un semplice adempimento legale da archiviare.

Con la fine dello stato emergenziale, lo smart working è entrato in una nuova fase: da concessione straordinaria a modalità strutturata di lavoro. Molti HR manager e dipendenti si trovano ora di fronte a un bivio: subire questa trasformazione con accordi “copia-incolla” basati su modelli generici, o governarla attivamente? La tentazione di limitarsi a soddisfare i requisiti minimi della Legge 81/2017 è forte, ma nasconde un rischio enorme. Un accordo vago sulla flessibilità, sul controllo dei risultati o sul diritto alla disconnessione è la ricetta perfetta per incomprensioni, cali di produttività e, nel peggiore dei casi, contenziosi.

L’errore più comune è considerare l’accordo individuale un mero documento burocratico. In realtà, oggi più che mai, esso rappresenta il più potente strumento di management a disposizione per il lavoro ibrido. La vera sfida non è “scrivere un contratto”, ma fare vera e propria ingegneria contrattuale. Significa tradurre i principi di fiducia, autonomia e performance in clausole operative, chiare e misurabili, che creino un equilibrio contrattualizzato e sostenibile per l’azienda e per il lavoratore. Non si tratta solo di definire dove si lavora, ma *come* si lavora insieme, pur essendo distanti.

Questo articolo non è una semplice checklist legale. È una guida strategica per costruire un accordo di smart working che funzioni nella pratica. Analizzeremo, clausola per clausola, come passare da principi astratti a regole concrete, trasformando l’accordo da obbligo normativo a leva di performance e benessere organizzativo. Vedremo come definire il diritto alla disconnessione senza ingessare l’operatività, come misurare i risultati senza cadere nel controllo ossessivo e come gestire i costi in modo equo e trasparente.

In questa guida, esploreremo gli elementi cardine che trasformano un semplice accordo in un patto strategico. Ecco una panoramica degli argomenti che affronteremo per costruire un quadro completo e operativo.

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La questione del “diritto alla disconnessione” è il primo, e forse più critico, banco di prova di un accordo di smart working. La tecnologia che abilita il lavoro da remoto è la stessa che può trasformare la flessibilità in una reperibilità costante e non retribuita. Non è un timore infondato: un’indagine rivela che quasi l’80% dei dipendenti riceve comunicazioni professionali fuori dall’orario contrattuale. Lasciare questo aspetto non regolamentato significa esporre l’azienda a rischi di contenzioso per lavoro straordinario non pagato e i lavoratori a un serio rischio di burnout.

L’accordo individuale deve andare oltre la generica affermazione di principio contenuta nel Protocollo Nazionale. Deve stabilire una governance chiara dei flussi di comunicazione. Questo non significa creare rigidità, ma definire “regole del gioco” che proteggano il tempo di riposo del lavoratore e, al contempo, garantiscano la continuità operativa. La chiave è distinguere tra orario di lavoro flessibile e reperibilità, che deve essere formalizzata e compensata a parte. Un accordo ben scritto, ad esempio, può stabilire che una risposta a un’email inviata dopo le 19:00 non è attesa prima della mattina seguente, salvo che non sia attivata una procedura di urgenza specifica.

Tradurre questi principi in clausole concrete è essenziale. L’accordo deve diventare un manuale d’uso per manager e dipendenti, definendo cosa è accettabile e cosa non lo è. Questo approccio previene le “zone grigie” che generano stress e malintesi, tutelando la produttività nel lungo periodo. Un lavoratore riposato e non stressato è un lavoratore più concentrato ed efficiente durante l’orario di lavoro.

Checklist: clausole essenziali per la disconnessione

  1. Definire fasce orarie di disconnessione obbligatoria (minimo 11 ore consecutive come da normativa generale).
  2. Stabilire tempi massimi di risposta attesi per le comunicazioni non urgenti (es. 24-48 ore lavorative).
  3. Distinguere contrattualmente tra “orario flessibile” e “reperibilità”, prevedendo compensi specifici per quest’ultima.
  4. Prevedere un iter per la segnalazione di violazioni sistematiche del diritto alla disconnessione da parte dei manager.
  5. Incentivare l’uso di strumenti tecnologici come l’invio posticipato delle email per rispettare gli orari dei colleghi.

Come passare dal controllo orario alla valutazione dei risultati (KPI) senza stress?

Il passaggio allo smart working impone un cambiamento culturale profondo: dal controllo del tempo di presenza alla misurazione della performance per obiettivi. Questo è spesso il punto più difficile da digerire per una cultura manageriale tradizionale, abituata a “vedere” le persone alla scrivania. L’accordo individuale è lo strumento perfetto per formalizzare questa transizione, definendo con chiarezza quali sono gli indicatori di prestazione chiave (KPI) e come verranno misurati, creando trasparenza e riducendo l’ansia da controllo.

Abbandonare l’orologio non significa navigare a vista. Significa sostituire un indicatore (il tempo) con metriche di risultato più significative. L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ha dimostrato che le aziende mature su questo fronte non si limitano a misurare la produttività individuale, ma valutano un insieme di fattori che includono la soddisfazione delle persone, la qualità del coordinamento e l’efficacia nell’uso della tecnologia. Integrare questi ambiti nell’accordo, magari come allegato, aiuta a definire le aspettative in modo olistico.

Dashboard digitale con grafici colorati che mostrano indicatori di performance senza testo leggibile

Questo cambio di paradigma, se ben gestito, è vantaggioso per entrambi. Il lavoratore ottiene maggiore autonomia e focus sui risultati, mentre l’azienda vede un miglioramento delle performance. Non a caso, le aziende che hanno implementato modelli di valutazione per obiettivi in contesti di lavoro agile registrano aumenti di produttività fino al 20% per singolo lavoratore. La chiave è che i KPI siano definiti in modo “SMART” (Specifici, Misurabili, Achievable, Rilevanti, Time-based) e discussi regolarmente, non imposti unilateralmente. L’accordo deve prevedere i momenti e le modalità di questa condivisione.

Ticket o indennità forfettaria: cosa spetta per legge a chi lavora da casa?

Una delle domande più frequenti riguarda il trattamento economico accessorio: chi lavora da casa ha diritto al buono pasto o ad altri rimborsi? La risposta della legge è un silenzio che lascia ampio spazio alla contrattazione. La normativa generale non prevede un obbligo specifico per il datore di lavoro di erogare ticket restaurant o indennità per lo smart working. Proprio per questo, è assolutamente cruciale che l’accordo individuale disciplini la materia in modo esplicito per evitare malintesi o rivendicazioni future.

L’assenza di una clausola specifica crea una “zona grigia” dannosa. L’azienda potrebbe decidere di sospendere l’erogazione dei buoni pasto per i giorni di lavoro da remoto, ma se l’accordo non lo prevede, il lavoratore potrebbe contestare tale decisione. Le opzioni per regolamentare la questione sono diverse, ognuna con i suoi pro e contro in termini di flessibilità e trattamento fiscale. L’accordo può prevedere il mantenimento del buono pasto, l’erogazione di un’indennità forfettaria mensile (soggetta a tassazione ordinaria), l’accesso a un budget di welfare aziendale, o un contributo una tantum per l’allestimento della postazione.

La scelta della soluzione più adatta dipende dalla policy aziendale e dalla volontà di investire nel benessere dei dipendenti. Di seguito, un confronto tra le principali modalità aiuta a chiarire le differenze.

Confronto tra modalità di rimborso per smart working
Tipologia Importo medio Vantaggi fiscali Flessibilità
Ticket pasto elettronico 8€/giorno Esentasse fino a 8€ Bassa
Indennità forfettaria 50-150€/mese Tassazione ordinaria Media
Budget Welfare Flessibile 100-300€/mese Esentasse Alta
Contributo una tantum 500-1500€ Parzialmente deducibile Una tantum

Una clausola particolarmente innovativa, come suggerito da alcuni consulenti del lavoro, può legare i benefit a un principio di reciprocità.

L’accordo può menzionare l’impegno dell’azienda a reinvestire una parte certificata dei risparmi ottenuti dalla riduzione degli spazi fisici in benefit diretti per i lavoratori in smart working.

– Studio Campagnoli, Analisi normativa smart working 2024

L’errore di non prevedere giorni di presenza obbligatoria che sgretola lo spirito di squadra

Se da un lato il lavoro agile è un desiderio irrinunciabile per molti, come conferma il fatto che il 73% dei lavoratori italiani si opporrebbe alla sua eliminazione, dall’altro un approccio “full remote” o totalmente deregolamentato può avere effetti deleteri. L’assenza di momenti di incontro fisico può erodere il capitale sociale dell’azienda, indebolire lo spirito di squadra e la cultura organizzativa, e generare il cosiddetto “proximity bias”, il pregiudizio che favorisce chi è fisicamente presente in ufficio nelle progressioni di carriera. Per questo, l’accordo individuale deve trovare un equilibrio tra flessibilità e necessità di coesione.

L’errore da non commettere è lasciare la decisione sulla presenza al caso o alla discrezione del singolo. L’accordo deve stabilire un quadro di riferimento, una “flessibilità strutturata”. Questo non significa imporre un rigido 2 o 3 giorni a settimana uguali per tutti, ma definire le modalità e gli scopi della presenza in ufficio. Ad esempio, si possono prevedere “giorni di collaborazione” obbligatori per kickoff di progetto, workshop o riunioni strategiche, lasciando i “giorni di focus” al lavoro individuale da remoto. L’obiettivo è rendere il tempo in ufficio un momento di alto valore aggiunto, non una mera timbratura di cartellino.

Stabilire queste regole nell’accordo individuale previene l’arbitrarietà e garantisce equità. Un sistema ben congegnato può aumentare la flessibilità percepita pur mantenendo un forte legame con il team e l’azienda. Un monte giorni trimestrale, ad esempio, offre più autonomia di un vincolo settimanale. La chiave è trasformare la presenza da obbligo passivo a scelta intenzionale e finalizzata.

Checklist: creare un sistema di flessibilità strutturata

  1. Stabilire un monte giorni di presenza su base trimestrale anziché settimanale per maggiore autonomia.
  2. Distinguere nell’accordo tra “Giorni di Collaborazione” (con presenza raccomandata o richiesta) e “Giorni di Focus” (liberamente gestibili da remoto).
  3. Prevedere un preavviso minimo (es. 72 ore) per la convocazione di riunioni straordinarie in sede.
  4. Garantire il rimborso delle spese di trasporto per convocazioni in sede non pianificate o che eccedono il monte giorni concordato.
  5. Collegare gli obiettivi dei giorni in presenza a specifici KPI di team (es. avanzamento progetti, sessioni di brainstorming).

Quando introdurre il “desk sharing” (scrivanie condivise) per risparmiare affitto senza creare caos

Con l’aumento dello smart working, molte aziende si ritrovano con uffici semivuoti e costi fissi elevati. L’introduzione di una politica di “desk sharing”, o postazione non assegnata, sembra la soluzione logica per ottimizzare gli spazi e ridurre i costi di affitto. Tuttavia, se implementata male, può trasformarsi in una fonte di stress e frustrazione per i dipendenti, generando caos e un senso di sradicamento. L’accordo individuale diventa, anche in questo caso, lo strumento per disciplinare l’adesione a questa nuova modalità organizzativa.

Il desk sharing non è per tutti e non è per sempre. Ha senso introdurlo quando l’indice medio di occupazione delle scrivanie scende stabilmente sotto una certa soglia (es. 60-70%). Le esperienze delle multinazionali in Italia insegnano che il successo di queste policy dipende da regole ferree e comunicate chiaramente: obbligo di “clean desk” a fine giornata, divieto di lasciare oggetti personali e, soprattutto, un sistema di prenotazione digitale efficiente. Inserire nell’accordo individuale l’obbligo per il lavoratore di utilizzare il sistema di booking e di aderire alla policy di gestione degli spazi condivisi è un passaggio fondamentale per garantirne il funzionamento.

Ufficio open space con postazioni di lavoro modulari e persone che collaborano

Secondo un’analisi di settore, ben l’85% dei datori di lavoro che ha adottato il lavoro flessibile, inclusi modelli di desk sharing, testimonia un aumento della produttività. Questo suggerisce che i lavoratori apprezzano la flessibilità più della postazione fissa, a patto che il sistema sia equo e funzionale. L’accordo deve quindi specificare non solo i doveri del lavoratore (pulizia, prenotazione), ma anche i diritti: la garanzia di trovare una postazione adeguata e funzionante nei giorni di presenza, la disponibilità di armadietti personali per gli effetti personali e la chiara definizione delle aree dedicate al lavoro di concentrazione e a quello collaborativo.

Perché un ufficio tradizionale ti costa il 40% in più di un coworking all-inclusive?

Nell’era del lavoro ibrido, la domanda “dove lavoriamo?” si è fatta più complessa. Per molte aziende, specialmente PMI e startup, l’ufficio tradizionale non è più l’unica né la più efficiente delle opzioni. L’alternativa del coworking, o ufficio condiviso, emerge come una soluzione strategica che va oltre il semplice risparmio economico, offrendo flessibilità e servizi “all-inclusive”. Confrontare i costi nudi e crudi può essere illuminante: un’analisi sui costi a Milano ha rivelato un potenziale risparmio fino al 37% sui costi di affitto per una micro-impresa che sceglie il coworking.

Ma il vero vantaggio non risiede solo nel canone di locazione. Un ufficio tradizionale comporta una serie di costi nascosti e oneri di gestione che il coworking azzera: utenze, pulizie, manutenzione, connettività internet, acquisto di arredi. La formula “all-inclusive” permette di avere un costo mensile certo e prevedibile, liberando risorse mentali e finanziarie da dedicare al core business. L’accordo di smart working può quindi prevedere che, nei giorni di lavoro “fuori sede”, il lavoratore possa utilizzare, a spese dell’azienda, spazi di coworking convenzionati, offrendo una “terza via” tra casa e ufficio principale.

Un’analisi dettagliata dei costi per una piccola realtà di 4 persone a Milano mostra chiaramente la portata del risparmio, che può arrivare a quasi il 50% su base mensile.

Costi ufficio tradizionale vs coworking a Milano (stima)
Voce di costo Ufficio tradizionale (70mq) Coworking (4 postazioni) Risparmio
Affitto mensile 1.200€ 1.000€ 200€
Utenze 300€ Incluse 300€
Pulizie 250€ Incluse 250€
Internet/Telefono 150€ Incluso 150€
Totale mensile 1.900€ 1.000€ 900€ (47%)

Questa opzione trasforma un costo fisso in un costo variabile e scalabile, perfettamente allineato con la logica del lavoro agile. Permette all’azienda di avere una presenza in diverse città senza aprire sedi fisse e ai dipendenti di avere un’alternativa professionale all’ambiente domestico.

Perché la PCR (Proteina C Reattiva) bassa è più importante del colesterolo totale?

La tutela della salute e della sicurezza del lavoratore, sancita dall’art. 2087 del Codice Civile, non svanisce con lo smart working; al contrario, assume forme nuove e più complesse. Il datore di lavoro rimane responsabile del benessere del dipendente, anche quando lavora da casa. Questo implica due aree di attenzione prioritarie da disciplinare nell’accordo: il benessere psicofisico e l’ergonomia della postazione. I dati recenti sono allarmanti: uno studio ha evidenziato un aumento del 109,7% del disagio lavorativo percepito nel primo quadrimestre del 2024, un segnale che non può essere ignorato.

L’accordo individuale deve affrontare proattivamente questi rischi. Per quanto riguarda lo stress e il burnout (legati spesso a una cattiva gestione della disconnessione e del carico di lavoro), l’accordo può prevedere l’accesso a sportelli di supporto psicologico o a percorsi di formazione sulla gestione dello stress. Per l’aspetto fisico, l’informativa sui rischi fornita dall’azienda è un obbligo di legge, ma si può fare di più. Allegare all’accordo una checklist di autovalutazione ergonomica responsabilizza il lavoratore e fornisce all’azienda un documento che attesta l’avvenuta informazione e richiesta di verifica.

Questa checklist non è una mera formalità. Se dalla compilazione emergono criticità (es. sedia non adeguata, illuminazione insufficiente), l’accordo deve prevedere un iter per richiedere interventi correttivi o l’erogazione di un budget per l’adeguamento della postazione. Questo approccio trasforma un obbligo di legge in un’azione concreta di cura e prevenzione.

Checklist: autovalutazione ergonomica della postazione remota

  1. Verificare l’altezza della scrivania per mantenere i gomiti a 90° durante la digitazione.
  2. Controllare che lo schermo sia a una distanza di 50-70 cm dagli occhi e il suo bordo superiore all’altezza degli occhi.
  3. Valutare l’illuminazione dell’ambiente per evitare riflessi e affaticamento visivo.
  4. Testare il supporto lombare della sedia e assicurarsi che i piedi poggino saldamente a terra (o su un poggiapiedi).
  5. Pianificare pause visive e di movimento ogni 2 ore, come previsto per i videoterminalisti (15 minuti).

Da ricordare

  • L’accordo di smart working è uno strumento di gestione strategica, non un semplice adempimento legale.
  • Le clausole devono essere operative e misurabili: definire orari, KPI, giorni di presenza e modalità di rimborso in modo inequivocabile.
  • L’equilibrio si costruisce con regole chiare che bilanciano la flessibilità richiesta dai lavoratori e le esigenze di controllo e coesione dell’azienda.

Come preservare la qualità della vita italiana nell’era della reperibilità 24/7 senza burnout?

Siamo partiti da una domanda: come tutelare davvero lavoratore e azienda? La risposta, al termine di questo percorso, è chiara: attraverso un’ingegneria contrattuale intelligente, che trasformi l’accordo individuale da documento statico a manuale operativo della cultura del lavoro ibrido. Preservare la qualità della vita e, al contempo, la produttività aziendale, non è una questione di principi astratti, ma di clausole ben scritte. Il “Protocollo nazionale sul lavoro agile” del 2021 ha tracciato la via, introducendo concetti fondamentali come la prevenzione del “Proximity Bias” e l’importanza di fasce di disconnessione, ma spetta alla contrattazione individuale dare corpo a queste indicazioni.

Abbiamo visto come ogni aspetto del lavoro agile, dalla disconnessione alla misurazione dei risultati, dalla gestione degli spazi ai rimborsi, possa e debba essere regolato. Non farlo significa affidarsi al caso, creando le premesse per disuguaglianze, inefficienze e stress. Un accordo che definisce con precisione le “regole d’ingaggio” è il più grande investimento che un’azienda possa fare sul proprio capitale umano. Come sottolinea un esperto di spicco in materia:

Disciplinare i tempi di disconnessione non è una complicazione, né un costo in più per le aziende, ma una necessità organizzativa ed un investimento intelligente.

– Mariano Corso, Responsabile Scientifico Osservatori Digital Innovation – Politecnico di Milano

Questa affermazione può essere estesa a ogni clausola dell’accordo. Definire le regole non limita la flessibilità, ma la abilita, la rende sostenibile e la trasforma in un reale vantaggio competitivo per attrarre e trattenere talenti, in un mercato del lavoro sempre più esigente.

Ora avete gli strumenti e le conoscenze per trasformare il vostro accordo di smart working da un semplice pezzo di carta a un potente alleato strategico. L’invito è a non accontentarsi di un modello standard, ma a costruire attivamente, clausola dopo clausola, il futuro del lavoro nella vostra organizzazione.

Scritto da Giulia Ricci, Avvocato civilista specializzata in diritto di famiglia e tutela dei patrimoni, con 15 anni di esperienza nel supporto legale a famiglie e anziani. Esperta in pratiche burocratiche digitali (SPID, INPS) e gestione delle successioni.